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giovedì 8 gennaio 2015

Siamo tutti Charlie Hebdo


Ho sempre ammirato Wolinski fin dai tempi di Cuore e Blue; e poi dopo quando recuperai le vecchie copie del Male e di Linus. Ho sempre ammirato la satira e i fumettisti francesi per la qualità del lavoro. Ho ammirato Charlie Hebdo per il coraggio in questi anni. 
Ieri la tragedia. oggi giornali e giornalisti di tutto il mondo hanno preso posizione immediatamente. Cosa possiamo fare noi relatori pubblici?
Io credo possiamo fare tante cose.
Cercare di appoggiare iniziative come la Cordoba Initiative come già alcuni colleghi hanno fatto (TMF in particolare) promuovendo la visibilità delle voci moderate tra i musulmani.
Allo stesso tempo dobbiamo integrare e includere nei nostri gruppi di lavoro queste voci di altri mondi.
Allo stesso tempo dobbiamo stigmatizzare la violenza e sottolineare il ruolo della comunicazione nella reciproca comprensione, valorizzando l'ascolto e evitando la propaganda. 
Allo stesso tempo dobbiamo promuovere valori (occidentali? sì!) di cui possiamo essere fieri e che vengono ripresi dai nostri codici etici (Ferpi, Global Alliance) in particolare per quanto riguarda la libertà di espressione come dice l'Articolo 3 del Codice di Condotta di Ferpi: 
"Nell’esercitare la sua attività professionale ogni iscritto alla FERPI è tenuto a rispettare i principi della dichiarazione universale dei diritti umani con riferimento specifico alla libertà di espressione e alla libertà di stampa ed informazione, da cui deriva per effetto concreto il diritto di ogni individuo di ricevere tutte le informazione..."
Dobbiamo sempre ricordarci di essere parte di una comunità globale di professionisti che si riconosce in determinati valori universali e che può contribuire al miglioramento della società, anche grazie ad una virtuosa pratica professionale.


martedì 24 agosto 2010

PR per una gang di bikers

Sto per finire il libro di Patricia Parsons - su Google libri: Ethics in Public Relations - e l'ho trovato molto utile per stimolarmi varie riflessioni che vorrei approfondire appena lo finisco. Sono tantissime le tesi con cui mi trovo in disaccordo, ma a maggior ragione il libro mi stimola a leggerlo, rileggerlo e rifletterlo.

Però adesso sono sul capitolo intitolato PR per una gang di bikers e ho un'impellente urgenza da soddisfare:
l'autrice sostiene che si possa far PR, in maniera etica e corretta, solamente per committenti e/o progetti di cui si condividono i valori e le idee. La Parsons contesta l'analogia tra relatore pubblico e avvocato: cioè il fatto che il PR possa farsi portavoce delle istanze di chiunque.

In una recente discussione con una collega, pure lei sosteneva il punto di vista della Parsons, declinato ad esempio in politica: se non condivido un'idea di un partito/politico, non posso gestire la sua comunicazione e le relazioni pubbliche ad esso connesse. Io sinceramente non sono d'accordo.
Credo che la nostra professione e chi ci si riconosce (seguendo i codici etici e un'attitudine condivisa dalle associazioni professionali) abbia un livello base di valori comuni che sono in gran parte quelli della società liberale-democratica contemporanea (tolleranza, rispetto per gli altri, democrazia, uguaglianza, ecc.). Che vanno rispettati a priori.
A partire da quel livello credo che il nostro intervento debba essere più tecnico che ideologico, altrimenti intravedo diversi rischi:
  • che la professione venga esercitata in determinati contesti (partiti, gruppi sociali, non-profit) più per crediti ideologici che per merito e competenza, svilendone la funzione;
  • che l'ideologia accechi e non permetta di svolgere il ruolo di mediatori che i relatori pubblici hanno;
  • che venga così rimosso il concetto stesso di ascolto degli stakeholder per una mera funzione di comunicazione a una via: non siamo forse i rappresentanto degli stakeholder nell'organizzazione?
Tre punti (non per niente in contrasto con gli Stockholm Accords) che mi sembra bastino già a dimostrare come il relatore pubblico non debba essere ideologizzato... altrimenti si trasforma in mero propagandista.
Che dite?
Tra l'altro una delle obiezioni della Parsons è che non siamo come gli avvocati perché gli avvocati si basano su un sistema, quello giuridico, frutto di secoli di sviluppo. Nella differenza tra sistema mediatico (o dell'opinione pubblica o della reputazione pubblica) e sistema giuridico, sarà perché sono figlio di scienze-dell-acomunicazione e di altre deviazioni mcluhaniane, vedo una mera differenza tecnologica e di temi: il sistema mediatico ha visto un'accelerazione incredibile negli ultimi anni, ma ciò non significa che non si configuri come un'arena in cui tutti hanno diritto a vedere difesa o consolidata la propria reputazione.
 Oso troppo?

lunedì 7 gennaio 2008

Occhio ti blocco il Blog Tarokko

500.000 euro di multa per chi fa astroturfing: in pratica si tratta della pratica di imitare o falsificare opioni o comportamenti popolari, la parola gioca sull'opposizione con grassroots.
Quindi falsi blog, chi parla male dei concorrenti, chi crea blog per parlare a favore dell'azienda o attaccare i critici, non svelando la propria identità... rischia di venire punito da una direttiva europea sulle pratiche commerciali scorrette (la 2005/29/CE), recepita in agosto dal decreto 146/2007.


da Il Sole 24 Ore, 7 gennaio, pag. 16:

"Il fenomeno, noto con il nome di "astroturfing" è stato osservato direttamente negli Stati Uniti. L'identificazione elettronica non è però, né sarà in futuro, un gioco da ragazzi. Nell'ipotesi più semplice, chi lascia i commenti si collega dal proprio ufficio e lascia una traccia senza prendere precauzioni. In quel caso, il gestore del sito può risalire all'indirizzo Ip di chi ha scritto il messaggio e chiedere al provider a quale utente era stato assegnato quell'indirizzo al momento dell'invio. Se qualcuno si vuole mimetizzare, però, i mezzi non mancano: una prima alternativa è andare su un sito che permette la navigazione da un altro computer, possibilmente localizzato all'estero. Altrimenti gli hacker più accorti potrebbero far risultare che il messaggio arrivi da un altro server oppure usare un software che permette di navigare in modo anonimo."
C'è da dire che chi nella sua attività di comunicazione ha sposato i codici etici della Womma o della PRSA (Public Relation Society of America) dovrebbbe avere la coscienza pulita; ma anche quello della Ferpi, se letto in una interpretazione estensiva. O sbaglio?

Nuovo blog

Dal 2 gennaio pubblico i miei post su  https://pranista.blog/