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domenica 13 gennaio 2013

Lo spot Mc Donald's? Un Mac Guffin di CSR

Un mio commento all'articolo pubblicato su Ferpi.it sulla comunicazione aziendale di Mc Donald's:

"Mi permetto di esprimere un commento sul pezzo di Daniele. Mentre sulla seconda analisi (a proposito di un'altra azienda) mi trovo abbastanza d’accordo, sulla prima non concordo anzi… Proprio perché l’azienda di fast food più famosa al mondo sconta un problema di reputazione, perché nn dovrebbe promuovere uno degli argomenti forti che ha sempre sostenuto quando veniva accusata di ogni misfatto? Per me non è disdicevole che MD faccia una campagna di comunicazione utilizzando la sacrosanta argomentazione di creare posti di lavoro (in Italia!!!) e di avere una cultura aziendale meritocratica. Se è vero che le organizzazioni hanno una responsabilità nei confronti della società, perché non dovrebbero prendersi il rischio di sollevare dibattiti nell’opinione pubblica? Parlare di quello che Daniele giustamente sostiene essere il tema con la T maiuscola, il LAVORO appunto, sollevando anche un dibattito nell’opinione pubblica, a mio avviso è un’azione di responsabilità sociale. E’ chiaro che chi critica MD ha una cultura del lavoro diversa.
[Io dieci anni fa criticavo MD per essere portatrice di una globalizzazione che omogeneizzava la cultura del cibo, ma davanti a certe argomentazione mi son sempre trovato disarmato: ad esempio quella di garantire cibo in tutto il mondo a prezzi ragionevoli.] 
 E’ chiaro che se c’è stata una strumentalizzazione, potranno essere proprio gli stakeholder in primis a sollevare la questione. Ed è ovvio che solo nel medio-lungo periodo si potrà valutare l’efficacia di questa campagna. Però ribadisco (e sarei curioso di sentire l’opinione di altri) che una campagna di questo tipo a mio avviso è rischiosa ma ha un senso, proprio per valutare il grado di responsabilità e riconoscere (o meno) il ruolo sociale che un’organizzazione ha o vorrebbe avere."

La reputazione di Mc Donald's in Italia migliorerà?  Lo sapremo solo tra qualche anno, mentre per ora possiamo goderci il dibattito e/o partecipare alla storia incentrata su questo Mac Guffin

mercoledì 28 gennaio 2009

Il Barbiere di Stalìn

Finalmente nei giorni scorsi ho finito di leggere "Il Barbiere di Stalin" di Paolo D'Anselmi. Ci ho messo parecchio perché credo sia un libro non facile, ma denso di idee e di pensiero critico.
Un bel libro che fa pensare e riflettere, che mette in discussione il gulliver.

Non so se son riuscito a capirlo al 100%; so che mi sono segnato decine di pagine e spunti. Non so se sono d'accordo con tutte le tesi del libro: ad esempio considerare il settore pubblico per intero un settore che evade il lavoro pare esagerato.
Di sicuro d'ora in avanti ricorderò alcuni punti chiave del libro:
il tema del lavoro irresponsabile; la necessità di dare conto del lavoro; l'irresponsabilità di alcune aziende pubblico-private; l'incapacità e la non volontà di rendicontazione della politica e la sua sostanziale irrilevanza; qualunquisimo e post-qualunquismo alla Grillo; la mancanza di una cultura dell'attuazione.
Infine il tema della Corporate Social Responsibility e quindi il focus sulla comunicazione e sul ruolo dei relatori pubblici (in particolare nell'ultimo capitolo).
Con quattro certezze:
  1. la CSR esiste e c'è;
  2. si può non esserne consapevoli;
  3. la CSR si può gestire (bene o male) consapevolmente;
  4. la CSR si può raccontare, facendone un un bilancio sociale.
Appare evidente che il quarto punto non è la CSR tout court come da molti di noi spesso viene scambiato il bilancio sociale; allo stesso tempo il bilancio sociale è necessaria rendicontazione della CSR. Il ruolo del PR è però l'attuazione dell'ascolto degli stakeholder e possibilmente lo sforzo di far modificare i comportamenti agiti intermente e esternamente. (Torna utile la metafora della cipolla e la declinazione sugli stakeholder...)

Un libro da tenere sulla scrivania e che tutti dovremmo leggere.

martedì 6 maggio 2008

Green Business is... Now!

Mentre arrivano le linee guida per le Relazioni pubbliche "verdi" e la comunicazione ambientale, ha elaborate dal Cipr (Chartered Institute of Public Relations) l'associazione dei Pr inglesi, il business verde e conseguentemente il settore della comunicazione verde si espandono sempre di più.
Le linee guida sulle Rp 'verdi' sono state presentate a Londra il 28 marzo scorso (clicca qui per visualizzarle ) alla presenza di numerosi relatori pubblici e di rappresentanti di diverse organizzazioni ambientaliste. James Wright, responsabile del gruppo di lavoro che ha redatto le linee guida e direttore Corporate Social Responsibility di Trimedia, ha annunciato che in occasione del World PR Festival, a Londra il 23 e 24 giugno prossimi, presenterà casi di best practice di ‘rp verdi' e gli sviluppi delle linee guida elaborate dal CIPR per la Comunicazione della Sostenibilità Ambientale.


Intanto Business Week ha lanciato la newsletter BusinessWeek's Green Business di cui riporto la presentazione del numero di aprile:


The April edition of BusinessWeek's Green Business newsletter focuses on our special report, Sustainable Tech, which explores ways scientists and technologists are working to reduce the costs of renewable energy, manufacturing consumer electronics from biomaterials, and collecting and recycling "e-waste." Also this month, investments that play off of growing demand for clean tech, Greenland's vanishing ice sheets, and Citi's green development goals in Asia. To stay on top of these and other green business issues, subscribe to this newsletter and we'll e-mail it to you on the final Monday of each month.

venerdì 21 dicembre 2007

Preghiera di fine anno di un relatore pubblico miscredente

(copio pari pari dal sito Ferpi.it)
di Toni Muzi Falconi

Padre nostro, è stato un anno duro per noi relatori pubblici!
E' vero, siamo noi stessi le cause dei nostri mali ma in 2007 anni ci hai insegnato che se ci pentiamo dei nostri errori possiamo andare assolti…..ed eccomi qui.


1.Nessuno di noi si è salvato dal peccato di manipolazione della realtà: vale per chi lavora per lo Stato e per le imprese, ma anche -e forse soprattutto- per il sociale. Fai che si possa intravedere uno spiraglio dove i nostri contenuti, le nostre soffiatine, i nostri gossip, i nostri wom (word of mouth) corrispondano almeno in buona parte alla realtà che conosciamo e che le eventuali veniali esagerazioni non producano conseguenze indesiderate sugli altri.


2.Pochi sono riusciti a stare lontano dalla moda della corporate social responsibility: praticamente non c'è nessuno di noi che oggi non vanti una specializzazione in materia, e di questa siamo diventati i più ferventi propagandisti, perché mai come ora organizzazioni private, pubbliche e sociali si sentono costrette dai colleghi del rotary sotto casa ad affidarci campagne dedicate a valorizzare le palle che mettiamo in bocca ai nostri clienti e datori di lavoro.
E' vero, qualcuno si salva, ma sono pochissimi.
Fai che il 2008 sia l'anno in cui qualcuno di noi cominci a capire che la comunicazione socialmente responsabile è -sì- più difficile, ma molto più efficace della csr e che si sviluppi la consapevolezza che la cr (senza la esse) è un modo di essere orizzontale delle organizzazioni e non uno strumento di comunicazione.

3.Praticamente nessuno ha investito con modalità innovative nel misurare e valutare le attività di relazioni pubbliche. Anche se si diffondono le società di servizio che offrono una gamma di opportunità, spesso con tanta grossolanità: ad esempio coloro che fanno le analisi della reputazione multiclient, come se i pubblici influenti fossero gli stessi per due organizzazioni (persino concorrenti…)…si continua imperterriti a calcolare l'ingombro dei ritagli stampa attribuendo loro un valore simile (o addirittura moltiplicato) della pubblicità! Pochissimi coloro che hanno capito che la sola cosa misurabile davvero è la qualità della relazione con i pubblici influenti. Troppo difficile? Ma noi, non siamo relatori pubblici?


4.E' un fatto: la maggior parte dei lettori di questo sito (ndr. Ferpi.it) non è associata alla Ferpi. Questo implica che, se in qualche modo pensi di fare il relatore pubblico, stai producendo un danno a te stesso e alla tua professione. Capisco che bisogna avere un bel fegato per fare una affermazione del genere, ma pensa all'avvocato, al revisore, al medico… che non è iscritto all'ordine: te ne serviresti? Perché non ci aiuti a migliorare e a contare di più?

5.E' stato un anno in cui le black pr hanno fatto follie anche in Italia. Pensate al caso Corona oppure a quello Sircana. Possibile che non riusciamo a evitare di usare le relazioni pubbliche non soltanto per rafforzare l'identità e le relazioni del nostro cliente/datore di lavoro, ma anche per distruggere il suo concorrente o nemico di turno?

6.E quando è stata l'ultima volta che abbiamo aiutato uno studente di relazioni pubbliche offrendogli uno stage, sistemandogli una tesi, dandogli qualche buon consiglio? Pensiamo davvero che siano solo delle bestie da soma? Ma ci siamo fatti una idea dei corsi che seguono? O pensiamo che stiano li a fare degli studi inutili? In realtà, quegli studi sarebbe utili anche a ognuno di noi.


7.Pippe, pippe, pippe….ecco cosa molti di noi pensano della ricerca e della costruzione di un corpo di conoscenze delle relazioni pubbliche. Ma possibile essere così coglioni e buttarsi a mare quando invece sarebbe importante che le nostre riflessioni (e qualche volta ci capita pure ci pensare..no?) entrassero a far parte di quel corpo di conoscenze?
Buon anno a tutti.

Grazie TMF

Nuovo blog

Dal 2 gennaio pubblico i miei post su  https://pranista.blog/