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lunedì 5 dicembre 2016

C'è bisogno di una cultura di comunicazione più responsabile

Dopo il risultato del referendum, mi convinco ancora una volta di più di una stringente necessità: c'è bisogno di una cultura di comunicazione più responsabile. C'è bisogno di organizzazioni più  comunicative, ma nel senso indicato dal Melbourne Mandate ormai 4 anni fa, in cui  la stessa strategia venga influenzata dai comunicatori, che devono svolgere un ruolo più strategico,  portando all'interno delle strategie la propria capacità di ascolto.

Io penso che l'esito negativo sul referendum abbia molto più a che fare con le aspettative gonfiate ed oggi deluse nell'elettorato rispetto all'azione di governo. E che queste aspettative siano state gonfiate a causa di un atteggiamento bulimico dal punto di vista della comunicazione, che in questi mesi è stata un bombardamento continuato.
A prescindere da come la si pensasse nel merito della riforma, sappiamo tutti che il voto che è stato espresso ieri ha riguardato un giudizio sul governo in carica, anzi sul premier in carica.
E volendo rimanere sempre neutri nell'analisi, in questi due anni e mezzo il governo può aver fatto cose che giudichiamo positive o negative, ma la sostanzza da un punto di vista meramente comunicativo è che ha sovra-comunicato ed è passato da un apprezzamento per la sua capacità comunicativa ad essere percepito per un propagandista alla continua ricerca del consenso.
In un post che avevo scritto a dicembre 2014, proprio pensando al governo in carica e a noi stessi comunicatori, mi permettevo di suggerire un po' di strategia del silenzio per evitare questa spirale di propaganda/sovracomunicazione che alla lunga avrebbe generato sfiducia e incredulità; cosa che mi sono sentito di ribadire a settembre riflettendo sul terremoto (su Ferpi.it) e sulla ossessiva rincorsa al consenso da parte del governo.

E' chiaro che non è semplice; ma non è semplice anche perché la comunicazione è stata scambiata (forse proprio per il ventennio appena passato) per propaganda, quando in realta la società è cambiata, il flusso informativo si è radicalemente modificato, l'intermediazione giornalistica sta assumendo un ruolo diverso (forse secondario, forse meno autorevole?), la televisione si sta riposizionando, i social network hanno minato l'autorevolezza degli opinion leader novecenteschi, il cambiamento geopolitico ha determinato la crisi delle classi dirigenti...

Io vedo una luce in fondo al tunnel per gestire il cambiamento e contribuire a una società ed un futuro migliori; è un'esigenza insopprimibile per la classe politica come per qualunque altra organizzazione (economica e sociale) ed ha a che fare direttamente con la comunicazione e le relazioni pubbliche: si tratta di maggiore responsabilità nella comunicazione, maggiore ascolto dei propri stakeholder, maggiore trasparenza e capacità di trattenersi dall'inseguire il consenso.

venerdì 7 novembre 2014

Ascolta per essere ascoltato

Grazie a Fausto Lupetti e alle ore d'insonnia di questi giorni, ho avuto la possibilità di recuperare e leggere un volume del 2012 che a suo tempo mi era sfuggito e che ho trovato di grandissimo interesse: Etica e Comunicazione con interventi di Carlo M. Martini e Stefano Rolando.
Si tratta di un paio di relazioni del Cardinale Martini e di Stefano Rolando, precedute da alcune note introduttive e seguite da due brani e un'intervista.
Non conoscevo - mea culpa, mea ignorantia - le riflessioni di Martini sulla comunicazione, che in questi interventi viene affrontata a 360°: dal giornalismo ai comunicatori pubblici, dai pubblicitari ai comunicatori politici...
Ho trovato di grandissimo interesse un paio di pensieri in particolare.
Il primo sulla necessità di ascoltare per riuscire a comunicare pienamente ed eticamente. Martini fa un elogio del "silenzio contemplativo" che ci permette di entrare in sintonia con l'altro, di capirlo e quindi di comunicare appieno. Un punto fondamentale che continuiamo a dimenticare ma che è il punto di partenza per riuscire a "comunicare con" efficacemente sia nella comunicazione interpersonale (Most people do not listen with the intent to understand; they listen with the intent to reply” in Stephen Covey, The 7 habits of highly effective people, citazione) sia nella comunicazione organizzativa (Toni Muzi Falconi, Global Stakeholder Relationships Governance, An Infrastructure sull'idea di "listening organization").
Il secondo che riguarda le patologie della comunicazione (individuali) che poi infettano quelle che Martini chiama le comunicazioni sociali:
Patologie della comunicazione
“La comunicazione va per canali otturati, bloccati o distorti, non solo per canali liberi.
Se non ne teniamo conto finiamo per l’ottenere risultati diversi da quelli che pensavamo, soprattutto a livello etico.
Dovremmo ragionevolmente attenderci, dall’attuale pervasione mediale, che oltre a non esserci blocchi, ci fosse un incremento totale del tessuto connettivo generale; dovremmo ritrovarci, teoricamente, in un universo molto comprensivo e molto comunicativo, perché ricchissimo di informazioni.
In realtà, siamo in presenza di patologie o di blocchi comunicativi e dobbiamo allora chiederci quali sono le ragioni che ostacolano l’autentica comunicazione favorendo le chiusure difensive dentro il proprio «habitat» psico-affettivo... continua la lettura su Affaritaliani di alcuni brani tratti dal libro.


LA SCHEDA DAL SITO DELL'EDITORE

Testi
Carlo M. Martini | Stefano Rolando da una conferenza pubblica a Milano del 1991

Note introduttive
Roberto Busti (vescovo di Mantova e nel 1991 portavoce del card. Martini) 
Vincenzo Le Voci (segretario generale del Club of Venice, coordinamento, presso il Consiglio UE, dei responsabili della comunicazione dei governi e delle istituzioni UE) 
Gianni Locatelli (già direttore del Sole-24 ore e direttore generale della Rai, attualmente presidente di Tei-energy) 

In appendice
brani di Carlo M. Martini
tratti dai testi Effatà – Apriti (1990) e Il lembo del mantello (1991) 
e l’intervista realizzata da Giancarlo Bosetti nel 1993 Vizi e virtù di sorella tv 

All’inizio degli anni ‘90 l’Italia è attraversata dalla scossa che andrà sotto il nome di Tangentopoli. Un brutto nome per una brutta storia. 
Che riguarderà da vicino la città di Milano e ugualmente da vicino il mondo della comunicazione. Campagne pubblicitarie e professionisti noti vengono messi sotto accusa, coinvolti da elementi emersi a carico di politici e ministri. 
Nello stesso periodo – significativamente tra il 1991 e il 1992 – il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, attraverso lo strumento delle lettere pastorali e in altre occasioni di riflessione pubblica, affronta in modo meno congiunturale e più mirato al rapporto tra persone e valori le questioni della comunicazione e dei mass media. 
Dedicherà due testi (Effatà nel 1991 e Il lembo del mantello nel 1992) a queste problematiche. A lui si rivolgono quindi i pubblicitari italiani raccolti nella Associazione Tecnici Pubblicitari per aprire nella sede di Assolombarda a Milano una conferenza dedicata al rapporto tra etica e comunicazione per segnalare spunti critici e autocritici alla realtà professionale e alla società. Martini accetta di aprire quei lavori, affiancato – nella scelta dell’ATP – da un rappresentante laico delle istituzioni che da alcuni anni svolgeva, come direttore generale dell’informazione a Palazzo Chigi, un riconosciuto lavoro di professionalizzazione e modernizzazione nel settore pubblico, Stefano Rolando, oggi professore universitario a Milano. I due testi, che si concludono entrambi con il richiamo all’etica della responsabilità (Max Weber), hanno avuto diffusione in libri ora esauriti e fuori catalogo e vengono riproposti come omaggio all’attenzione culturale e spirituale che Carlo Maria Martini - scomparso il 31 agosto 2012 e salutato nel Duomo di Milano da duecentomila cittadini – ha espresso per i temi della comunicazione e dei media.

mercoledì 8 ottobre 2014

Pranis/tips: tecniche e strumenti di comunicazione efficace in pochi minuti

Una delle migliori tecniche di comunicazione interpersonale per favorire la comunicazione all'interno di un gruppo: l'Indian Talking Stick di Stephen Covey
"Listen to be listened", S. Covey. "Ascolta per essere ascoltato"


giovedì 8 maggio 2008

Siamo uomini o focus group?

Sul sito ferpi.it si apre una bella riflessione a più voci sul ruolo della ricerca sociale (quali-quantitativa), sul suo rapporto con il mondo della comunicazione, sui sondaggi.
Questa settimana c'è un bell'intervento di Toni Muzi in apertura e un commento di Pagnoncelli (IPSOS) in risposta al pezzo della settimana scorsa di Bistoncini.

Si tratta di un tema assolutamente centrale nel nostro lavoro.

Le identità fluide dei pubblici, la necessità di maggiori ricerche incentrate sull'analisi qualitativa, le difficoltà nell'intervistare campioni significativi, i fallimenti dei recenti sondaggi elettorali, il diluvio informativo di sondaggi e ricerche di mercato più o meno affidabili.

Tutti temi che dobbiamo conoscere per evitare di fallire nella fase ascolto/analisi dei nostri stakeholder.

Recentemente mi sono iscritto a un paio di newsletter e siti di marketing/social research molto interessanti (Aberdeen Group & Sherpa Marketing). Dopo le prime settimane in cui leggevo con interesse almeno gli abstract delle ricerche ho dovuto alzare bandiera bianca davanti a una marea di ricerche e controricerche, che dilagavano e diventavano anche contrastanti l'una con l'altra. Adesso quando ho tempo leggo i titoli e poi vedo.... a parte questa parentesi personale (suggerisco comunque a chi ha voglia e necessità di visitarsi i due siti) il tema è serio:
personalmente sono per un utilizzo di ricerche statistiche e quantitative, ma soprattutto di focus group e analisi qualitative; noi stessi comunicatori spesso facciamo uso di sostanze stupefacenti di cui la sondaggina è la più pericolosa.
Utilizzare solo a fini di consenso rilevazioni, interviste e sondaggi non ci fa bene. Magari eccita un po' all'inizio, ma poi arriva inesorabile il down...

Nuovo blog

Dal 2 gennaio pubblico i miei post su  https://pranista.blog/