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mercoledì 22 giugno 2011

Relazioni Industriali al bivio. E se servisse l'apporto delle Relazioni Pubbliche?

Oggi sul Sole 24 Ore viene pubblicato in prima pagina un appello di imprenditori, economisti e giuslavoristi "Imprese e sindacati, è l'ora di condividere i nuovi contratti". Leggo che è appena nato il sindacato globale in Fiat. Sarà perché mi capita di lavorarci da qualche mese a questa parte piuttosto intensamente, ma credo che le Relazioni Pubbliche non possano astenersi dall'intervenire su questa materia.
E' una domanda che mi faccio: e se servisse l'apporto delle Relazioni Pubbliche?
Proprio all'assemblea di ferpi di venerdì scorso, bistoncini ci ricordava che la sua ossessione negli ultimi tempi è l'appannamento dei corpi intermedi di rappresentanza e quindi, immagino, il ruolo che noi possiamo svolgere nella rappresentanza degli inrteressi dei vari gruppi.
La mappatura degli stakeholder, la gestione delle relazioni con gli opinion leader interni/esterni, l'ascolto dei pubblici, comunicare e fare accettare il cambiamento... non fanno parte di un nostro compito?

FIAT-CHRYSLER
Nasce il sindacato globale per una sola strategia nel mondoPrimo atto sarà una lettera a Sergio Marchionne, amministratore delegato della casa torinese e di quella di Detroit, ma anche presidente di Fiat Industrial, per chiedere il riconoscimento del network. L'obiettivo è uno scambio costante di informazioni

domenica 12 giugno 2011

Nuovi modelli di relazioni industriali crescono

Una settimana vissuta sul lavoro intensamente mi ha fatto capire quanto sia difficile riuscire a raccontare le relazioni industriali o sindacali, qual dir si voglia. E soprattutto - dopo tutti questi mesi - quanto sia difficile metterle in pratica e individuare un modello vincente per tutti gli stakeholder.

Una lunga trattativa in cui l'azienda (una multinazionale), dopo l'annuncio iniziale, si è posta in ascolto ed ha effettivamente analizzato e esaminato le proposte degli stakeholder dai sindacati alle istituzioni.
Un'elaborazione in base a queste proposte e una nuova proposta: un Piano Industriale che individua investimenti, prospettive e disegna il futuro.

E' certamente un modello di relazioni diverso dal "modello Marchionne" (o così o Pomì...gliano) o dal "non-modello Fincantieri": nel primo caso le relazioni industriali vengono determinate dall'azienda che impone e lascia fuori una parte (seppur difficile come Fiom); nell'altro il piano viene ritirato a scapito del futuro... quale competitività avrà Fincantieri se non rivede la sostenibilità dei propri costi?

E' un modello emiliano? Vacchi, neo presidente di Unindustria Bologna, dice: «Non ho mai visto un accordo imposto alla controparte che funziona — ricorda —. Sono modelli che magari producono discontinuità ma non positività. Dobbiamo cambiare strada. Noi dovremo metterci nelle scarpe del sindacato e il sindacato dovrà mettersi nelle nostre scarpe... potrà nascere a Bologna un nuovo modello sociale perché la CGIL è spesso responsabilizzata...»
Non lo so. sono ancora abbastanza ignorante di relazioni industriali. Sono certo però che il modello applicato dal nostro management (prima di quando io iniziassi a lavorare qui) abbia corrisposto ad alcuni comportamenti virtuosi di relazioni pubbliche: ascolto, coinvolgimento degli stakeholder, considerazione della network society e infine anche comunicazione...
La parte di racconto stessa non è semplice e son soddisfatto di aver incontrato giornalisti in grado di capire lo sforzo dell'azienda (ridefinizione del piano e investimenti) e quello dei sindacati (rinuncia al rinnovo del contratto e accettazione di un certo numero di esuberi): se il giornale locale tende a schierarsi con le parti sociali, in questo caso le argomentazioni di sostenibilità e la ragionevolezza son state ben comprese e poi scritte sui giornali.
Tuttavia il racconto non è semplice: entra nelle case della gente, genera ansie e paure, incide sulle relazioni di tutti i giorni... spesso viene cavalcato dai politici e strumentalizzato senza che vi sia una reale competenza.






lunedì 2 agosto 2010

Toni Muzi Falconi, Giancarlo Panico e Sissi Peloso su Pomigliano e le relazioni industriali

L'ultimo paragrafo (molto significativo) di un interessante pezzo di Toni Muzi Falconi & Giancarlo Panico sul caso Pomigliano e sul ruolo delle relazioni pubbliche nelle relazioni industriali/sindacali

La vicenda Pomigliano si produce all’epicentro di quella che è una fase rilevante di discontinuità prolungata del modello sociale ed economico del nostro Paese. Una fase le cui implicazioni, di cui la gran parte del nostro ceto dirigente (non solo politici, ma anche media, industriali, sindacati e osservatori) si ostina a non prendere atto. L’Europa (e l’Italia con le sue specificità territoriali e culturali) è in declino progressivo e il suo modello economico insostenibile. Attaccati ai rispettivi privilegi nessuno dei soggetti intende prendere atto che occorre riparametrare verso il basso le aspettative di tutti: e questo dovrebbe essere il compito di una classe dirigente degna di questo nome. E così le relazioni pubbliche servono alle imprese, al governo, ai sindacati per guadagnare qualche giorno, settimana, mese in più nella speranza che quando la realtà avrà di fatto sostituito le aspettative (è già avvenuto?) le persone si adeguano senza colpevolizzare una classe dirigente che non c’è e avrà fatto di tutto per non compiere il proprio dovere. Da questa prospettiva le relazioni pubbliche vengono utilizzate al loro peggio: illudere le persone che la ripresa c’è, che l’industria tiene, che gli altri vanno peggio e che il sindacato è la parte più retriva e conservatrice del Paese. Tutte cose in parte vere ma che, come spesso accade, non sono in grado di offrire una interpretazione credibile degli avvenimenti….
Il commento di Sissi Peloso, past president Ferpi, e illustre collega che l'altro giorno sollecitava su Facebook alcune riflessioni sul tema Pomigliano-Fiat-relazioni industriali. Ecco il suo commento all'articolo uscito di cui sopra:

Credo non sia possibile ora, per nessun relatore, non porsi domande che impattano pesantemente sull’attività quotidiana. Ho letto il pezzo di giancarlo e toni subito dopo quello di gallino su repubblica.
ho una grande confusione, ma credo che il tutto impatti pesantemente con la responsabilità sociale di ciascuno di noi.
La mia esperienza di quest’ultimo anno e mezzo, come quella di molti di noi credo, ha “epifanizzato” le carenze drammatiche di manager e imprenditori, esplose in tutta la loro virulenza a causa della crisi. A pagare sono i cassintegrati e i licenziati ai quali si offre l’alternativa di contratti che diminuiscono pesantemente i compensi (vedi chrysler per prima, che così torna in utile), annullano i diritti di sciopero, abbassano quelli di malattia (la maternità non ancora, ma arriverà a ruota).
Siamo certi, come chiede gallino, che questa sia l’unica soluzione? E soprattutto che sia la soluzione vincente? E’ vero, il mercato del lavoro deve cambiare se vuole continuare a sopravvivere, ma forse una ridistribuzione più equa del “un po' meno a tutti” eviterebbe tensioni sociali che oggi mi paiono una polveriera pronta ad esplodere. E i relatori in tutto ciò? Possono/devono essere davvero i mediatori delle relazioni tra le parti?
Abbiamo spinto i committenti a credere nella responsabilità sociale, ad inserirla nei loro bilanci con grande enfasi del capitolo “risorse umane” e ora come lo gestiremo? Appoggeremo passivamente le scelte che, come un domino, sono destinate ad essere sposate nel dopo newco fiat oppure rifiuteremo gli incarichi oppure cercheremo di farci parte attiva per una riflessione condivisa sulle conseguenze che una gestione “all’italiana” del problema comporterà?

Nuovo blog

Dal 2 gennaio pubblico i miei post su  https://pranista.blog/