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sabato 7 dicembre 2013

Primarie per il segretario. Paura di cambiare, paura di assumersi responsabilità

Non capisco perché il PD indice primarie per scegliere il segretario del partito, ma ho un timore. 
Le primarie nel 2007 servirono per eleggere Veltroni come primo segretario del partito, ma da quella anomalia origina la bestialità di un'organizzazione che utilizza agenti esterni per scegliere il delegato a una funzione interna e per innescare il cambiamento.
Le primarie - nel resto del mondo - servono per indicare il candidato a una carica pubblica: candidato di partito o candidato di coalizione. Possono essere aperte ai non-iscritti o chiuse ai soli iscritti. Basterebbe farsi un giro su wikipedia per chiarirsi le idee. Ma non si usano le primarie per scegliere una carica interna al partito.
Perché il PD decide di far scegliere a potenziali elettori il segretario?
Perché delega esternamente un cambiamento di cui evidentemente non è capace?
Perché l'elettore potenziale di quello che poi cambierà (ci sarà una coalizione, di centrosinistra? di sinistra-sinistra? di destra-sinistra?) dovrebbe prendersi un impegno, perdere tempo, versare soldi, sottoscrivere qualcosa?
Io, sinceramente, da elettore tradizionalmente di sinistra (ma non iscritto al partito) vorrei un partito che fosse in grado di:
- definire un programma da proporre agli elettori;
- selezionare rappresentanti per senato e camera, ecc.;
- indicare alcuni candidati alle primarie che possano concorrere con altri candidati della coalizione.
Vedere che non riesce a farlo, ma che utilizza le primarie svuotandole di ogni senso, mi dà l'idea netta che sia un partito con pochi contenuti/idee, senza leader e senza una governance in grado di portare a sintesi le posizioni. Un partito che mi sembra sempre più di plastica; un partito che definisce le primarie uno strumento di partecipazione, mentre diventano una scorciatoia per fare un po' di marketing politico, per non guidare il cambiamento e per non prendersi neanche la responsabilità di scegliersi il segretario e i contenuti.
La bestialità sta proprio quindi nell'aver stravolto il senso delle primarie, fingendo di ascoltare gli elettori, mentre l'unico obiettivo è la legittimazione del partito stesso tramite la retorica partecipativa... Le mie aspettative, per un partito che intenda governare il paese e cambiarlo in meglio, non sono queste.

mercoledì 21 maggio 2008

Ripartiamo dalla Zìmmia o dall'Italia Cosmopolita?

Nel mio piccolo, sottoscrivo in pieno il rammarico di Toni (cfr. sotto il pezzo da Ferpi.it) per quella che lui definisce la "fine della cesura socioculturale": il miracolo tutto italiano per cui le elites culturali invece di guidare il cambiamento si adeguano alle tendenze più becere e volgari agitate da frange relativamente rilevanti - a livello di numero e di qualità del peso.
Associata alla retorica del declino nazionale, la situazione è abbastanza deprimente e circoloviziosamente pericolosa.

Sentiamo infatti sempre più ossessivamente dire che siamo un paese allo sbando, economicamente, culturalmente, ecceteralmente...
Ma se ogni tanto noi italians ci prendessimo le nostre responsabilità? Ma se soprattutto ci rendessimo conto che il cambiamento si mette in pratica e non si subisce solamente?

Già a partire dal Forum della Comunicazione della prossima settimana sarebbe importante che nel nostro piccolo ci si mettesse alla guida di un Cambiamento tangibile. Da relatori pubblici dovremmo essere i primi a cogliere le opportunità che i fenomeni globali ci portano e l'esperimento di globalismo sociologico proposto mesi fa da Toni andava sicuramente in questa direzione.
Voglio rilanciare. Anche rilanciare un po' l'idea, la mission che abbiamo del nostro paese.
Io ho l'idea che l'Italia possa e debba diventare un paese Cosmopolita; è una riflessione che da geografo mi porto dietro da tempo in considerazione del passato di questa penisola, dei suoi Comuni, delle sue realtà territoriali; abbiamo nel DNA una diversità di popoli, culture, lingue, gastronomie, che insieme rappresentano l'Italia. Sono una ricchezza multiculturale che ha accentuato negli ultimi anni sempre maggiori differenze: tanto che tutti oggi riconoscono che siamo più Italie.
Ecco allora che dobbiamo cercare qualcosa che non sia un minimo comune denominatore al ribasso (l'Altro, il nemico, per ritrovare/creare una fittizia identità); ma una sorta di massimo comune integratore. Per me si tratta di una visione globale, cosmopolita e multiculturale che ha poi ricadute materiali sulla professione, sul nostro modo di agire, sui mercati e i pubblici da raggiungere.
Io riparto da lì. Anzi da qui.


da ferpi.it

La "fine della cesura socioculturale"
Toni Muzi Falconi esterna il suo rammarico sugli eventi che attanagliano il nostro Paese.

Un grande rammarico. Spero… anche per voi.
Fra emergenze rifiuti, omicidi, agguati di malavita, stupri, violenze … non mi esprimo sulla raccapricciante ondata di xenofobia e di razzismo che ha investito il nostro Paese in queste ultime settimane.
Possiamo ben dirlo, in questi ultimi mesi in Italia abbiamo compiuto un vero e proprio miracolo e siamo riusciti a produrre una autentica discontinuità, che gli storici indicheranno come la ‘fine della cesura socioculturale'.
Invece di quel che accade in altri Paesi, ove sono le elites culturali a impersonare valori, politiche e ambizioni che vengono poi civilmente assimilati e interpretati dal resto dei cittadini; in Italia sono state le elites ad adeguarsi ai valori e alle politiche più becere, impersonate e agite dalle frange più volgari e incolte: di destra come di sinistra, si intende.
Come relatore pubblico, mi rimane il rammarico che non potrò mai sapere se almeno l'ondata di xenofobia avremmo potuto almeno in parte evitarcela, se avessimo davvero fatto partire ai primi dell'anno il programma di globalismo sociologico che avevamo progettato insieme ai nostri colleghi Romeni.
Ricordate? "
Migliorare le relazioni fra Italiani e Romeni attraverso le rispettive comunità migranti"
Toni Muzi Falconi

venerdì 21 dicembre 2007

Keywords & Key Ideas

Ci sono parole chiave che occupano i titoloni dei giornali, le pubblicità, le carte dei valori delle aziende, i business plan e a cascata anche il discorso pubblico.
Innovazione, wired, creatività, talenti (o talents quando l'italiano non può bastare), territorio, comunicazione integrata poi olistica... ecceterum eccetera ecceteris.

In realtà queste keywords - che spesso servono a riempire la bocca (dei più boccaloni) e che noi Praners usiamo a man bassa - oltre a far parte di una retorica pubblica sono concetti (memi) che emergono dal discorso pubblico e di cui spesso ci convinciamo dell'utilità e della loro assoluta necessità.

Mi propongo un gioco: indovinare assieme a chi legge le nuove keywords e quindi le key ideas, quelle che segneranno il 2008 in Italy.

Secondo me Change e i suoi omonimi (transformation, mutation) sarà la keyword 2008. Quella che farà figo inserire nel payoff aziendale o nel business plan di turno. Non scopro nulla di nuovo ovviamente: ho sentito (ma potrei sbagliarmi) che Clinton avrebbe coniato per la moglie lo slogan Change, Change, Change; Methodos (la società di consulenza aziendale-manageriale più sgamata d'Italia) si occupa di Change Management e cambiamento culturale già da tempo...


Ma sono avanguardie di una retorica che ci investirà nei prox mesi. credo. Voi che ne pensate?

Nuovo blog

Dal 2 gennaio pubblico i miei post su  https://pranista.blog/